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MARIO RAIMONDI

Mario Raimondi

Fratello maggiore del pittore e ceramista Giacomo.
Tra il 1930 e il 1931 si avvicina alla ceramica lavorando come decoratore a Vado Ligure presso lo studio di Arturo Martini che nel 1931 lo invita a partecipare come scultore alla Mostra dell’Artigianato Italiano presentata dell’E.N.A.P.I all’Esposizione di New York.
Nei primi anni di attività, coincidenti con il Fascismo al governo, le tematiche principali per Raimondi erano il mito e l’arte sacra; risale proprio agli anni ’30 una frase dello scultore durante un’intervista che chiarisce il motivo, molto semplice, per il quale si dedicò a questa tipologia di soggetti: “Faccio le statue greche perché mi piace guardarmele quando le ho finite, e basta…”
Risalgono a questi anni: Ritorno di Ulisse, Bellerofonte, Andromaca e Offerta – Frammento di Ara.
Antonio Pinghelli fu quello che propose la definizione di Raimondi come “discepolo singolare” di Arturo Martini e leggendo ciò che raccontò riguardo la sua personalità si comprende il perché egli abbia usato questo aggettivo.
Al 1931 risale la prima testa modellata da Raimondi: Katusha, definita dal suo maestro Martini un “miracolo”.
Successivamente inizierà il periodo definito dalla critica come il suo più florido.
Raimondi iniziò ad esporre le sue opere al Concorso del dopolavoro ferroviario genovese (1932), poi alle Sindacali di Torino e Genova (1933) fino ad arrivare alla prima personale, insieme al suo amico e pittore Raffaele Collina, tenutasi a Savona nel 1934.
Poco dopo riuscì a sfondare le barriere regionali e partecipò a due Quadriennali di Roma (1935 e 1943) e a due Biennali di Venezia (1936 e 1948).
La sua fama si diffuse in tutta Italia tramite mostre regionali e interregionali e attraverso alcune esposizioni personali; tra queste, degne di nota, quella a Roma con il pittore Pietro Morando e quella a alla Galleria del Milione.
Divenne, poi, ambasciatore della scultura italiana all’estero esportando le sue opere in Austria, Francia, Spagna, Germania e Ungheria.
Intanto collabora con la manifattura albisolese “I.L.S.A.” sotto la direzione di Ivos Pacetti.
Nel 1935 partecipa con alcune terrecotte al concorso genovese “Sogni di Madre”.
Nel 1936 tiene una personale di ceramiche presso l’ex sede della Banca Nazionale del Lavoro di Savona.
Mario Raimondi è presente alla VII Triennale d’Arte di Milano, insieme a Nino Strada e Agenore Fabbri, con alcune ceramiche di carattere arcaico e novecentista realizzate presso la manifattura genovese “I.L.S.A.”, sotto la direzione artistica dello stesso Nino Strada.
Nel 1937 alcune terrecotte ceramicate dell’artista figurano nella IV Sindacale savonese e nel 1938 espone una versione riflessata della scultura l’Adolescenza, realizzata presso la “I.L.S.A.”, alla rassegna sulla ceramica ligure tenuta a Roma a cura dell’E.N.A.P.I (Ente Nazionale per l’Artigianato e le Piccole Imprese).
Nel 1941 tiene una personale, insieme ad Ivos Pacetti, presso il G.U.F. di Savona.
Nel 1942 iniziò, però, un periodo di forte crisi, dovuto anche, come egli stesso era solito raccontare, alla lettura di un testo del suo maestro Martini “La scultura lingua morta”.
Questo durerà fino al 1947 ed è Raimondi stesso a raccontare che “non toccai né creta né pennello”.
Nel 1949 presentò al pubblico le sue novità in una mostra a Milano, alla galleria Il Milione.
L’artista mutò radicalmente il modo di concepire le sue opere ed inaugurò un nuovo tipo di scultura  conosciuta come scultura con la luce oppure scultura in negativo; si tratta di una scultura eseguita in cavo su pannelli di gesso che muta la percezione del fruitore a seconda del modo di riflettersi della luce sulla superficie.
Si tratta di “Arte figurativa, diciamo, nata da un bisogno di evadere dalla “Statuaria” e dalla “Quadreria”, propria-mente dette”.
Poi, si soffermò a chiarire al visitatore della mostra come questa nuova arte fosse per lui contemporaneamente scultura e pittura.
“Questa “arte figurativa” è scultura, in quanto rappresenta la “formatura” di una scultura […] ed è pittura, poiché vi è il rispetto dei valori tonali.
Del resto, che essa sia scultura o pittura poco m’importa, perché le arti non hanno già a senso restrittivo dei partiti politi e se lo avessero io mi riterrei anarchico, inteso nel senso di mite insofferenza”.
Nel 1951 diventò uno tra i promotori del “Premio Vado Ligure”, concorso di pittura e scultura a cui partecipò anche come espositore confrontandosi con altri artisti, vadesi e non, sul tema del lavoro. Proprio alla prima edizione trionfò nella sezione scultura con La moglie del pescatore.
In questo periodo la sua opera ceramica si caratterizza per gli spiccati caratteri post-impressionistici e realisti.
Nel 1952 viene chiamato da Ugo Michielotto a collaborare, insieme al fratello Giacomo, alla sua “Manifattura Ceramiche Italia” in Albissola Marina.